La figura della donna disabile nella società odierna è spesso purtroppo ancora legata all’emarginazione e al silenzio, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni. Le donne che da sempre accudiscono, proteggono, si dedicano agli altri non sembrano trovare facilmente il posto nella società che meritano.

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Donne disabili vittime di violenze, chiuse nel silenzio e nell’indifferenza di una comunità che preferisce a volte non vedere, ignorare e andare avanti. E la stessa cecità viene adottata anche sul posto di lavoro; sembra che il solo – scontato –abbattimento delle barriere architettoniche basti a integrare le donne disabili nelle realtà lavorative. Una visione ottusa messa in evidenza nel rapporto “Donne, lavoro e disabilità: fra sicurezza e qualità della vita”, condotto da Anmil, l’Associazione nazionale mutilati invalidi del lavoro.
La ricerca evidenzia come in Italia manchi ancora una visione totalizzante delle necessità dei portatori di handicap già al livello della progettazione degli edifici. La sola predisposizione di piani di evacuazione non basta a creare quelle condizioni ambientali che vadano a supplire alle mancanze di più persone, che tengano conto cioè dei diversi problemi. Il cosiddetto Universal Design, continua l’Anmil è una forma di progettazione edilizia ancora sconosciuta dai più nel nostro Paese, largamente diffusa all’estero e che prevede per tutti accessibilità già in fase di progettazione dell’edificio.
Un problema aggiuntivo è legato all’attestazione di ”persona invalida al lavoro” che viene rilasciata solo quando il grado di invalidità supera il 33%. Purtroppo questa percentuale è quella che si calcola secondo delle tabelle medico legali allegate al Testo Unico su salute e sicurezza del 2008 e non tiene conto delle normative attualmente vigenti.
L’Anmil a tal proposito chiede un aggiornamento dell’attestazione in modo che possa avvenire sulla base delle tabelle oggi in vigore, che abbassano tra l’altro la soglia del 33%.

